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La «long COVID» osservato speciale anche all’EOC

L’Ente ospedaliero cantonale sta discutendo sulla possibilità di creare un polo di riferimento a La Carità di Locarno – Il responsabile malattie infettive Enos Bernasconi: «L’intenzione è quella di mettere in campo un lavoro coordinato in Ticino»

La «long COVID» è un problema da prendere tutt’altro che alla leggera. E non ci sono solo i racconti di parenti e amici a confermarlo. L’Università di Ginevra prima, e a ruota anche quella di Zurigo, hanno entrambe pubblicato uno studio clinico in cui vengono snocciolati dati rilevanti e che convergono tutti nella stessa direzione: più di una persona su quattro continua ad avere sintomi a 6-8 mesi di distanza dal test positivo. Il fenomeno, inoltre, tocca tutte le classi d’età e sono le donne a soffrirne maggiormente. La problematica alle nostre latitudini è nota da tempo, tant’è che alla Clinica Luganese Moncucco è presente, da maggio, un ambulatorio specializzato proprio nella cura della «long COVID». Dal canto suo, anche l’Ente ospedaliero cantonale (EOC) sta valutando di offrire una consultazione multidisciplinare specifica per quei pazienti che continuano a subire gli strascichi della malattia.

Ancora in fase realizzativa

La conferma ci arriva direttamente dal responsabile malattie infettive dell’EOC Enos Bernasconi, a cui abbiamo chiesto come l’Ente si sta muovendo per strutturare l’accoglienza di questa tipologia di pazienti. «Già dallo scorso anno visitiamo pazienti con sintomi che perdurano oltre i tre mesi dalla COVID acuta e abbiamo anche preparato una modalità di visita strutturata per depistare problemi che possono toccare vari ambiti organizzando consultazioni specifiche», ci spiega Bernasconi, confermando che insieme all’ospedale di Locarno si è pensato di organizzare una consultazione multidisciplinare strutturata proprio per la «long COVID». «Attualmente l’offerta sanitaria per le persone con disturbi persistenti dopo la COVID è integrata nelle altre attività del Servizio di malattie infettive e i pazienti con problemi specifici vengono visitati e indirizzati agli specialisti competenti. Stiamo comunque discutendo sulla possibilità di creare un polo di riferimento presso l’Ospedale La Carità».

L’intenzione, quindi, è quella di mettere in campo un lavoro coordinato in Ticino. Pertanto, «ci sono contatti tra l’Ospedale di Locarno e la Clinica Luganese Moncucco fin dalla prima ondata e quello che si vuole mettere in pratica al La Carità non sarà totalmente indipendente, ci saranno sempre contatti e incontri tra le due strutture».

Pazienti tra prima e seconda ondata

Sul fronte dei sintomi riscontrati, grosse divergenze si possono trovare nei pazienti che hanno contratto la malattia nella prima e nella seconda ondata. «Già a partire dalla primavera/estate scorsa avevamo preso a carico molti pazienti che a distanza di qualche mese dall’ospedalizzazione manifestavano stanchezza, sintomi respiratori, disturbi dell’attenzione e altro – rileva Bernasconi –, ma si trattava di persone che avevano avuto segni di infezione molto grave, ovvero pazienti che erano stati ricoverati in cure intense anche per settimane». Adesso, la tipologia di persone che continuano a presentare sintomi mesi dopo essersi ammalati è mutata, perché «cominciano ad avere problemi coloro che non sono stati ospedalizzati ed è forse per queste persone che ha senso avere un approccio più organizzato. Negli studi scientifici più recenti si parla del 10-30% di persone che hanno problemi residui, ma non stiamo parlando solo di danni polmonari, bensì anche di danni meno facili da diagnosticare e che possono toccare varie sfere organiche».

Fonte: Corriere del Ticino

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