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Il passaporto vaccinale, una prospettiva necessaria

Solleva diversi interrogativi etici e tecnici l’implementazione del certificato COVID-19 – La Svizzera è chiamata ad adeguarsi ai piani internazionali – La vicepresidente della task force Hurst-Majno: «Sarà temporaneo e dovrà essere compatibile con quello degli altri Paesi»

Sarà necessario per viaggiare all’estero, partecipare alle partite e ai concerti. Il passaporto vaccinale è al vaglio del Consiglio federale, che a giugno presenterà il progetto. Ma il tema continua a dividere.

1. Perché è necessario in Svizzera un certificato COVID-19 e quale sarà il suo impiego?

La Svizzera oggi si trova nella condizione di dover ragionare sul passaporto vaccinale perché la regolamentazione internazionale autorizza qualsiasi Stato a esigere un simile documento per entrare sul proprio territorio. Per consentire quindi ai cittadini svizzeri di viaggiare all’estero, il nostro Paese si deve adeguare. C’è poi un altro motivo e riguarda l’utilizzo che faremo del certificato all’interno dei nostri confini, ha spiegato al Corriere del Ticino la professoressa Samia Hurst-Majno, vicepresidente della task force COVID-19: «Le misure anti-pandemia (come la mascherina sui mezzi pubblici) sono provvedimenti che ci proteggono gli uni dagli altri. Ma una volta che possiamo dimostrare che una persona vaccinata, guarita o testata non è più pericolosa, l’utilità di queste misure viene a cadere. Di qui la domanda: come possiamo continuare a vietare certe attività per queste categorie?». Secondo Samia Hurst-Majno così si creano le condizioni per implementare il certificato vaccinale anche all’interno dei nostri confini. «Nello stesso tempo, però, la questione solleva anche interrogativi etici che sono stati recentemente descritti dalla commissione nazionale di etica e in una nota della task force scientifica». Per esempio – prosegue Hurst-Majno – alcune attività essenziali dovranno rimanere aperte per tutti. Vaccinati e non. Basti pensare ai negozi alimentari».

2. Le persone che non potranno o non vorranno vaccinarsi godranno di meno libertà?

No. Nella misura in cui per queste persone basterà esibire un tampone negativo. Secondo Samia Hurst-Majno, «questo è uno dei vantaggi di un certificato non esclusivamente legato allo statuto vaccinale». Il passaporto anti-COVID dovrà infatti confermare l’avvenuta vaccinazione, o la guarigione dalla malattia, o il risultato negativo al test di depistaggio.

3. A che punto siamo con il progetto?

Il Consiglio federale recentemente ha ricordato che si stanno vagliando due progetti. La decisione finale arriverà in giugno e sarà preceduta da un’ampia consultazione con gli ambienti interessati, dai medici alle società per la difesa dei consumatori, ma anche con le istanze internazionali, come l’OMS e l’Unione Europea, affinché tale certificato venga riconosciuto anche all’estero.

4. Il certificato verrà impiegato negli eventi di massa?

È uno dei contesti in cui verosimilmente entrerà in linea di conto. «Più un evento è grande, più la messa in sicurezza diventa infatti difficile», spiega ancora Hurst-Majno. «Questo sarà uno dei fattori che verranno presi in considerazione per l’implementazione del passaporto vaccinale in Svizzera. Laddove, tuttavia, sarà possibile una messa in sicurezza senza il certificato COVID, questa via potrebbe essere preferita».

5. Il certificato sarà «temporaneo». Cosa significa?

Bisogna distinguere due calendari. Da una parte, c’è la durata del singolo certificato. Che dipenderà dalla protezione dei vaccini, dal periodo di immunità garantito dalla guarigione o dalla durata di validità del singolo test. In quest’ultimo caso, la certificazione è di un giorno. Negli altri due casi, invece, l’estensione è stimata in mesi. C’è poi un secondo calendario, che risponde a un’altra domanda: per quanto tempo avremo bisogno di questo certificato COVID-19 all’interno del nostro Paese? «Tutto dipenderà dal tempo che impiegheremo per ottenere una protezione collettiva sufficiente. E questo dipende in definitiva dal successo della campagna vaccinale», spiega ancora Sonia Hurst-Majno. «Per il momento sono ancora in corso studi sulla sicurezza e l’efficacia dei vaccini nei bambini e negli adolescenti sotto i 16 anni. Se questi risultati sono buoni, allora la vaccinazione dei giovani potrebbe essere raccomandata per il loro interesse, e potrebbe anche contribuire all’immunità collettiva». I dati delle case farmaceutiche non sono ancora disponibili. Al momento opportuno, però, le autorità competenti dovranno esprimersi al riguardo. «Oggi per queste domande non abbiamo ancora una risposta. È dunque possibile che il certificato COVID-19 rimanga con noi ancora a lungo».

6. Fuori dal nostro Paese, invece, per quanto tempo utilizzeremo il certificato in futuro?

La distribuzione del vaccino a livello internazionale è molto variegata. Così anche la situazione epidemiologica. «Vediamo cosa sta accadendo in queste settimane in India. Questo dovrebbe anche ricordarci quanto possa essere necessaria la solidarietà internazionale in una pandemia», prosegue Hurst-Majno. «È dunque fortemente probabile che, nei Paesi in cui la vaccinazione procede a rilento, un certificato COVID continuerà a essere necessario anche in futuro. Come del resto accade già oggi per alcuni vaccini non-COVID in determinati Paesi. Pensiamo alla febbre gialla in Ruanda».

7. Come verranno organizzati i controlli nei luoghi pubblici e privati?

«Questo aspetto pone in effetti alcuni problemi pratici. Qualcuno dovrà verificare e dovrà essere abilitato per farlo. In che modo? La discussione è ancora aperta e i pareri divergono», spiega Hurst-Majno.

8. L’OMS è contraria al passaporto vaccinale come condizione per i viaggi internazionali. Perché?

L’OMS in realtà non ha formulato nessuna raccomandazione ufficiale al riguardo. Le sue prime dichiarazioni sul tema risalgono a un periodo in cui non si avevano elementi certi sugli effetti della vaccinazione nella trasmissione del virus. Ora sta rivedendo la sua posizione. «Ancora oggi tuttavia resta da stabilire con certezza se la vaccinazione possa sostituire o meno un test negativo prima di prendere l’aereo. Si tratta di una questione tuttora aperta e molto delicata», conclude l’esperta.

Fonte: Corriere del Ticino

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