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Da dove vengono i nomi dei vaccini?

Vaxzevria è la nuova denominazione del vaccino di AstraZeneca, proprio come Comirnaty è il nome registrato per quello targato Pfizer. Ma chi, come e quando assegna un nome a un prodotto vaccinale, e che cosa c’entra la denominazione con la strategia di comunicazione?

Ormai ci siamo abituati a chiamarli Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson, confondendo sistematicamente il nome della soluzione vaccinale con quello dell’azienda che lo ha sviluppato e prodotto. E se da un certo punto di vista è un meccanismo di praticità comunicativa ereditato da molte altre categorie merceologiche – basta pensare a quella carta assorbente o a quel nastro adesivo – dall’altro suona ancora più strano quando si tratta di grandi aziende farmaceutiche che hanno una storia e un’offerta di medicinali che va ben oltre le questioni pandemiche legate al Sars-Cov-2.

L’occasione per discutere del tema è la recente approvazione da parte dell’Agenzia europea per i medicinali (l’Ema) del nuovo nome commerciale del vaccino anti Covid-19 di AstraZeneca, che ora si chiama ufficialmente Vaxzevria. Una parola non banale da pronunciare, e che qualcuno ha maliziosamente associato a un rebranding del vaccino dopo il caos istituzionale e comunicativo che ne ha caratterizzato la storia recente, portando verosimilmente a una flessione della fiducia da parte del grande pubblico. In realtà, come vedremo, si tratta di un processo ben più datato, e in buona parte indipendente da quanto accaduto nelle ultime settimane.

Come si chiamano davvero i vaccini approvati

Dopo avere letto e pronunciato il nome formale di molti dei vaccini, si intuisce facilmente come mai nella comunicazione si sia spesso preferito utilizzare la casa farmaceutica come identificativo. L’unico finora relativamente leggibile era Comirnaty, il nome commerciale del vaccino prodotto da Pfizer e BioNTech. Lo stesso vaccino avrebbe come nome esteso vaccino Covid-19 mRna BNT162b2, anche se a volte viene indicato solo con quest’ultimo codice che deriva dalle fasi di sviluppo e sperimentazione.

MRna 1273 è invece il nome tecnico del vaccino targato Moderna, che ha anche la variante estesa (vaccino Covid-19 Moderna) e l’ulteriore nome in codice CX-024414. Un vero e proprio trionfo di sigle si ha invece per il vaccino di Johnson & Johnson (in realtà della controllata Janssen): Ad26.COV2.S, JNJ-78436735, Ad26COVS1 e VAC31518. A cui si aggiunge, in analogia con le altre denominazioni estese nella solita forma farmacomalattiaproduttorevaccino Covid-19 Janssen.

I vecchi nomi e il nuovo nome per AstraZeneca

In analogia con il cugino a vettore virale targato Janssen, anche AstraZeneca ha un buon numero di possibili sigle identificative, da AZD1222 a ChAdOx1 nCoV-19 fino a ChAdOx1-S. A cui si aggiungono la solita nomenclatura standard (vaccino Covid-19 AstraZeneca) e un ulteriore nome commerciale piuttosto evocativo utilizzato in alcuni paesi al di fuori dell’Unione europea: Covishield, letteralmente “scudo contro Covid”.

La novità degli ultimi giorni, a partire da queste premesse, è l’ufficializzazione del secondo come commerciale per lo stesso vaccino. Come ovvio con Vaxzevria nulla cambia nella sostanza – fatta eccezione per qualche piccolo aggiustamento al bugiardino – ma molto si modifica nella forma. Come l’azienda stessa ha specificato, infatti, con il cambio di nome potranno subire variazioni anche tutte le etichette e pure il packaging, al punto che il vaccino avrà effettivamente una veste nuova.

A scanso di equivoci, il processo burocratico e di approvazione per la nuova denominazione è piuttosto datato e risale a dicembre 2020, quando ancora il vaccino non era stato approvato per l’utilizzo in tutta l’Unione europea e di conseguenza nemmeno in Italia. E dunque ancora non c’erano state le varie sospensioni, polemiche e indagini. Per di più, l’iter per la denominazione, che nella maggior parte dei casi dura molte settimane, è separato e indipendente dall’approvazione normativa e regolatoria del farmaco stesso, perché include valutazioni di carattere tecnico e giuridico oltre a una serie di passaggi che vanno dal deposito della domanda di registrazione fino all’approvazione definitiva.

Difficile sapere con esattezza cosa abbia portato a concludere l’iter proprio il 25 marzo, e ora l’Ema riporta il nuovo nome accompagnato dalla dicitura esplicita del cambio appena avvenuto. Anche se tecnicamente è giusto dire che solo ora esiste un nome commerciale vero e proprio e prima (in assenza di un nome) si utilizzava una nomenclatura didascalica e provvisoria, è vero anche che all’atto pratico molto è cambiato: in tutti i documenti ufficiali “vaccino Covid-19 AstraZeneca” è ora sostituito con “Vaxzevria”.

Su che cosa significhi la parola Vaxzevria – ammesso e non concesso sia importante che significhi davvero qualcosa – al momento resta un grande punto interrogativo. Al di là della radice vax, che non ha bisogno di grosse spiegazioni, su zevria circolano solo ipotesi non troppo convincenti. Un’assonanza con i suoni balcanici, dicono alcuni, un antico nome del cavallo ibericosecondo altri, la volontà di inserire la ze di Zeneca per altri ancora, oppure semplicemente un vecchio nome commerciale farmacologico scelto, brevettato e poi abbandonato da Pfizer, come mostrano i database storici. Di certo però, a differenza di Comirnaty (crasi delle parole communityimmunity e mRna), Vaxzevria è un nome ben più criptico.

Come si sceglie come chiamare un vaccino

Naturalmente non esiste un manuale o una procedura standardizzata per stabilire quale nome commerciale avrà un farmaco, e la scelta può essere diversa a seconda della parte di mondo in cui ci si trova. Ciò che è sicuro, però, è che in generale il nome di un prodotto farmacologico ha un effetto tutt’altro che trascurabile sull’uso e sulla popolarità di un certo prodotto. E in questo senso non stupisce che, dopo essersi preoccupate di avere una soluzioni vaccinale approvata in quanto sicura ed efficace, le case farmaceutiche si stiano interessando pure agli aspetti più legati all’immagine e alla comunicazione dei propri vaccini.

Nella maggior parte dei casi il nome di un vaccino (e in generale di un farmaco) prende spunto da uno di tre elementi fondamentali: il principio attivo o il carattere distintivo (per i vaccini anti Covid-19 è il caso dell’mRna), il problema o la patologia su cui intervengono e infine i benefici che ci si aspetta di ottenere dopo l’assunzione. A questo si aggiungono le assonanze e le consonanze più o meno allusive, il riferimento a valori etici e morali di cui l’azienda si fa portavoce e poi, perché no, una buona sonorità e facilità di memorizzazione. Aspetto che, a quanto pare, per i vaccini anti Covid-19 non è stato ritenuto particolarmente importante, visti i risultati fin qui.

Un ulteriore elemento da tenere in considerazione quando si sceglie un nome commerciale è quello di differenziarsi da tutti gli altri nomi esistenti in ambito farmaceutico. Questo non solo per un mero tema di branding e identità, ma anche per evitare che le persone facciano confusione con farmaci che curano tutt’altro. Quando la patologia è la stessa, tuttavia, si può fare un’eccezione: in quel caso, almeno dal punto di vista legale ed etico, è accettato che due nomi possano avere una certa somiglianza. Spesso però, soprattutto se l’obiettivo è conquistare il mercato, il nome viene scelto volutamente originale rispetto a quanto già visto e sentito.

Per i vaccini anti Covid-19 il nome conta meno?

Difficile fare previsioni di mercato, ma quel che è sicuro è che con la pandemia siamo in una situazione e in un contesto decisamente anomalo. Anzitutto, se in molti casi il nome di un farmaco può avere un valore nell’attrarre potenziali acquirenti, con i vaccini contro il Covid-19 al tema siamo già tutti decisamente sensibilizzati. Insomma, l’effetto wow del nome non ha una gran rilevanza di fronte a una malattia di cui si parla tutti i giorni. In secondo luogo, poi, almeno per ora la competizione tra vaccini si è giocata sulla rapidità di approvazione e sulla mole di dosi prodotte e distribuite. Difficile che un paese preferisca l’uno o l’altro, e che ne vengano venduti di più o di meno, sulla base di quanto è cool il nome.

E ancora, se in certi casi il nome può essere l’elemento più conosciuto in assoluto del farmaco, ciò non vale di certo per i vaccini per il virus Sars-Cov-2. Quotidianamente le istituzioni e i media parlano di efficacia, effetti collaterali, nuovi studi, confronti e analisi sui vari vaccini, dunque è inverosimile che le persone (e tantomeno i governi) possano avere una preferenza a pelle superficiale e basata sul nome. Infine, almeno a oggi, al singolo cittadino non è chiesto né proposto di scegliere con che cosa farsi vaccinare, quindi la battaglia competitiva non si gioca sulla percezione che le persone hanno dell’uno o dell’altro.

L’unico caso in cui un nome (magari nuovo) potrebbe fare la differenza, riguarda quei casi in cui la reputazione o la fiducia collettiva su una particolare formulazione sia compromessa. In questo caso, potendo apparire ai più distratti come un prodotto nuovo o mai sentito prima, azzerare la reputazione potrebbe essere preferibile al mantenere quella precedente. Per questo motivo, anche se non è stato fatto apposta, il nuovo nome del vaccino di AstraZeneca potrebbe essere un toccasana, contrastando almeno in parte quel clima di (diffusa, ma poco giustificata) sfiducia ed esitazione che si è generato nelle ultime settimane.

Fonte: Wired.it

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