Site icon Emergenza24.ch

«Test in azienda per tutti, non solo sui frontalieri»

Il direttore di AITI Stefano Modenini si dice favorevole ad aumentare i tamponi rapidi sui lavoratori, ma respinge l’ipotesi di un controllo sistematico al confine: «Si rischia di paralizzare il cantone, creando tensioni con l’Italia»

«Se si vogliono introdurre i test a tappeto, questi dovrebbero essere effettuati su tutti i lavoratori, non certamente solo sui frontalieri». Stefano Modenini, direttore di AITI (Associazione industrie ticinesi), commenta così la richiesta dei principali partiti svizzeri di aumentare i controlli ai valichi e di incrementare lo screening nelle aziende. Una richiesta sulla quale il Consiglio federale potrebbe essere chiamato a esprimersi già oggi. «Le aziende – chiarisce Modenini – di principio non sono contrarie all’introduzione dei test più o meno estesi, che tra l’altro vengono già effettuati autonomamente in diverse imprese. È nel nostro interesse, infatti, che il personale rimanga in salute e disponibile ad andare a lavorare. Con l’arrivo delle varianti del coronavirus, inoltre, poter implementare l’utilizzo dei test rapidi potrebbe quindi rivelarsi una misura efficace».

Senza distinzioni

Una misura efficace sì, ma soltanto se riguarda tutti i collaboratori. «Perché funzionino, i test a tappeto dovrebbero essere effettuati su tutti i lavoratori, senza distinzione», rimarca Modenini. «Del resto, anche gli esperti hanno rilevato che la presenza di una frontiera non si traduce necessariamente in un migliore controllo della pandemia. Senza dimenticare poi che fare dei test alle frontiere o introdurre dei controlli sistematici si tradurrebbe in una paralisi del Paese. Solo nelle nostre aziende lavorano 16 mila frontalieri e altri 5 mila sono impiegati nel settore sanitario. Sarebbe inimmaginabile: vorrebbe dire fermare ciascuna automobile, creando code di decine di chilometri sul territorio cantonale e in Italia». Non solo, probabilmente un’eventuale decisone unilaterale del Consiglio federale avrebbe delle ripercussioni anche a livello politico. «Si creerebbero divergenze fra i due Paesi. Tensioni di cui non abbiamo assolutamente bisogno in questo momento già delicato», commenta il direttore di AITI. «Poco sensata», secondo Modenini, anche l’ipotesi che la responsabilità dei test ricada direttamente sui frontalieri: «Per poter controllare il virus, dobbiamo testare tutti i lavoratori. Non mi pare logico che chi viene da Varese o Como debba essere controllato, mentre il collega che gli lavora accanto e che viene da Mendrisio no. Nemmeno nei Paesi confinanti si segue questa logica, perlomeno nei confronti di chi si sposta per ragioni lavorative. Diverso è il caso di chi si muove per altre motivazioni non professionali».

I nodi da sciogliere

Se la disponibilità c’è, restano però diversi punti da chiarire. Primo fra tutti determinare ogni quanto dovrebbe essere effettuato il test e, soprattutto, di che tipo. «Mi sembra si stia andando nella direzione di prediligere i test rapidi, come ad esempio quelli salivari, che non necessitano quindi di personale sanitario per poter essere eseguiti. Il grado di precisione potrebbe essere diverso da quelli standard, ma quantomeno garantirebbero un primo controllo». C’è poi il nodo dei costi: «Se viene introdotto un obbligo, è ragionevole ipotizzare che le relative spese siano a carico della Confederazione. Non dimentichiamo poi che le aziende si fanno già carico dei piani di protezione. Costi notevoli, se si pensa che in una fabbrica è necessario anche sanificare ambienti produttivi di centinaia o migliaia di metri quadri al termine di ogni turno lavorativo».

L’impegno a cui sarebbero chiamate le aziende ticinesi, potrebbe avere dei contraccolpi molto diversi a seconda delle dimensioni dell’impresa. Secondo Modenini, infatti, le industrie medio-grandi potrebbero avere minori problemi dal profilo organizzativo, mentre le piccole realtà faticherebbero a stare al passo. «Dobbiamo anche ricordare che il 90% delle aziende in Ticino sono piccole attività che impiegano fino a 10 dipendenti. Finché si tratta di test semplici da eseguire, come appunto quelli salivari, i problemi organizzativi potrebbero essere contenuti, ma in caso di test PCR o tamponi rapidi naso-faringei, i costi lieviterebbero e si dovrebbe far capo a personale sanitario esterno, mettendo in grossa difficoltà le piccole realtà», conclude.

«Inutile e vessatoria»

In attesa che arrivi l’ufficialità dal Consiglio federale, non si sono fatte attendere le reazioni da oltreconfine. «Tamponare ogni 48 ore i frontalieri mi sembra un po’ una tortura», è l’opinione di Giuseppe Catanoso, direttore sanitario di Ats (Azienda per la tutela della salute) Insubria. La richiesta avanzata dai partiti di Governo, insieme a Verdi e Verdi liberali, «mi lascia perplesso», ha aggiunto lunedì rispondendo a una domanda in conferenza stampa. Inoltre, «dal punto di vista medico è abbastanza inutile, sarebbe meglio farlo ogni 5 o 6 giorni». Sul fronte politico, il senatore del Partito democratico Alessandro Alfieri ha invitato le autorità politiche elvetiche «alla massima prudenza»: «Obbligare i nostri lavoratori frontalieri a sottoporsi ogni tre giorni a un tampone sarebbe senza dubbio una misura vessatoria e nemmeno risolutiva del contagio». Alfieri ha inoltre chiesto al Ministero degli esteri (guidato dal pentastellato Luigi Di Maio, ndr.) «un’iniziativa formale verso la diplomazia elvetica per evitare l’introduzione di simili misure». «Come ho sempre sostenuto – ha concluso il senatore – la battaglia contro il coronavirus la si vince insieme, con iniziative coordinate e bilaterali».

Fonte: Corriere del Ticino

Exit mobile version