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L’impatto del telelavoro obbligatorio sul frontalierato

«Le nuove restrizioni ci hanno stupiti, ma Berna ha deciso bene» – Ne abbiamo parlato con Eros Sebastiani, presidente dell’associazione Frontalieri Ticino: «Difficile, per ora, stabilire quanti saranno a lavorare da casa» – L’Amministrazione federale delle dogane (AFD) dal canto suo sottolinea: «Non è di nostra competenza controllare che chi può lavorare da casa lo faccia»

«Non mi aspettavo delle misure così forti, ma ritengo che quanto deciso da Berna sia giusto e doveroso: non ha rincorso il virus, lo sta anticipando». È questo il punto di vista di Eros Sebastiani, presidente dell’associazione Frontalieri Ticino, sulla stretta decisa ieri dal Consiglio federale.

Da noi interrogato sull’impatto che, in particolare, l’obbligo al telelavoro avrà sul frontalierato, Sabastiani ha risposto: «Per quanto riguarda l’aspetto fiscale, già in primavera ne avevamo discusso con Roma ed era stato deciso che il telelavoro in stato di crisi non sarà ritenuto ‘‘lavoro italiano’’. A differenza di quanto fanno i francesi in Svizzera romanda, il Governo non obbligherà dunque i propri cittadini che lavorano in Svizzera ad una dichiarazione fiscale italiana».

Quanti i frontalieri interessati? Difficile dirlo

«È difficile stabilire quale percentuale del frontalierato passerà al telelavoro. Il problema – continua Sebastiani – è che la maggior parte dei frontalieri lavora ormai nel terziario, dove è più facile che siano a contatto con dati sensibili, dati che non possono essere portati (anche se solo per il telelavoro) in un’altra Nazione». «Per tutta questa categoria», sottolinea, «sarà difficile lavorare da casa, e se dovessero invece restare in sede, come rispettare il limite di cinque persone, se i frontalieri nello stesso ufficio dovessero essere più di cinque? Io mi aspetto comunque che non ci sia distinguo tra lavoratori svizzeri e lavoratori italiani».

Alla domanda sulla situazione doganale, Sebastiani ha risposto: «Sono favorevole ai controlli alle frontiere, in modo che vada in Svizzera solo chi ha un motivo ben preciso e giustificato, un po’ come ora in Italia. Sarebbe strano dopotutto, se la Lombardia dovesse tornare zona rossa, che a un italiano non sia concesso di andare da comune a comune ma che possa invece varcare la dogana». Tutto ciò ad una condizione però: «A parer mio, chi lavora nel territorio elvetico dovrebbe anche utilizzarne i negozi, così da dare una mano all’economia indigena. Anche e soprattutto ora, in un momento in cui le attività sono in difficoltà a causa della pandemia, deve quindi esser garantita a chi lavora in Ticino la libertà di poter usufruire di questi servizi, aiutando indirettamente le strutture svizzere».

Il telelavoro porterà controlli alle frontiere? Per ora no

Da noi contattata e interrogata sulle modalità con le quali si intende controllare che chi può lavorare da casa lo faccia, l’Amministrazione federale delle dogane (AFD) ha dal canto suo commentato: «Non è di nostra competenza verificare che l’obbligo di lavoro venga rispettato. Vige la libera circolazione e i controlli sono dunque basati sull’analisi dei rischi e condotti a campione. Non ci troviamo nella situazione straordinaria della primavera scorsa, quando i controlli erano invece sistematici. Come con la questione delle quarantene, tutto ciò che possiamo fare è informare».

Fonte: Corriere del Ticino

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