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Esistono 7 diverse forme di Covid-19 lieve

Oltre ad aver identificato diverse forme di Covid-19 lieve, uno studio dimostra che il coronavirus lascia una sorta di impronta digitale nel sangue dei convalescenti. Informazioni preziose per comprendere meglio la malattia e per lo sviluppo di vaccini efficaci

Per chi ha avuto il Covid-19 ed è guarito, quanto dura l’immunità, dunque la protezione, contro una seconda infezione da coronavirus Sars-Cov-2? E gli anticorpi quanto permangono? Sono tutte domande a cui si cerca di rispondere da qualche tempo, con risultati ancora non definitivi. I primi studi sul tema hanno indicato che il livello degli anticorpi contro il coronavirus cala in maniera importante dopo pochi mesi (uno o tre mesi). Un nuovo studio inglese, però, mostra che l’immunità mediata non dagli anticorpi, ma dalle cellule T (o linfociti T) del sistema immunitario, potrebbe durare fino a sei mesi, anche negli asintomatici e in chi ha avuto forme lievi di Covid-19. La ricerca è stata condotta dal Public Health England, agenzia governativa inglese, e dall’Uk Coronavirus Immunology Consortium. I risultati, ancora preliminari e non peer reviewed, sono disponibili in preprint su bioRxiv.

Gli anticorpi diminuiscono rapidamente

Un recente studio condotto dall’Istituto europeo di oncologia, insieme allo Spallanzani e ad altri enti di ricerca italiani, pubblicato sul Journal of Clinical Medicine, ha dimostrato che il livello di anticorpi prodotti dall’organismo per combattere il Sars-Cov-2 si dimezza dopo un mese dalla guarigione. Una ricerca poco precedente, condotta dal King’s College London e pubblicata su Nature Microbiology, indicava un calo sostanziale degli anticorpi 3 mesi dopo l’infezione. Entrambi gli studi mettono in guardia sulla durata ridotta dell’immunità mediata dagli anticorpi e hanno implicazioni sia per quanto riguarda l’uso dei test sierologici sia relativamente ai vaccini e la durata della loro protezione – un campo ancora in gran parte da esplorare.

Ma oltre agli anticorpi c’è un’altra immunità

I due studi si riferiscono però all’immunità anche detta umorale, che è legata alla produzione e alla presenza di anticorpi diretti contro Sars-Cov-2. In generale quando batteri o virus entrano nel nostro organismo, il sistema immunitario, e in particolare i linfociti B, rispondono producendo anticorpi – le immunoglobuline (Ig), le stesse misurate nei test sierologici – che combattono il virus. Oltre a questa immunità mediata dagli anticorpi, ce n’è un’altra, mediata dai linfociti T, che a loro volta contrastano specificamente il virus Sars-Cov-2. Questa immunità è detta cellulare.

L’immunità cellulare

Lo studio inglese di oggi, per ora condotto su un campione ridotto di pazienti, si concentra proprio sull’immunità cellulare. I ricercatori hanno svolto analisi del sangue in un gruppo di 100 pazienti che hanno avuto il Covid-19 senza essere ricoverati, a distanza di sei mesi dall’infezione. “I nostri primi risultati”, afferma Shamez Ladhani, epidemiologo al Public Health England, uno dei coordinatori dello studio, “mostrano che la risposta delle cellule T potrebbe perdurare più a lungo della risposta anticorpale iniziale”.

Inoltre i livelli dei linfociti T erano più alti nelle persone che avevano avuto sintomi rispetto agli asintomatici. Questo potrebbe indicare una maggiore protezione delle persone sintomatiche, che potrebbero essere coperte di più o per più tempo contro una re-infezione. Oppure potrebbe significare semplicemente che gli asintomatici riescono a combattere il virus più facilmente senza dover produrre un’ampia risposta immunitaria. Ancora non sappiamo qual è l’interpretazione di questo elemento che può essere centrale anche per capire meglio chi è più protetto.

È una buona notizia

Il dato, che resta da confermare, è positivo. “Questi risultati – aggiunge Charles Bangham, a capo dell’Immunologia all’Imperial College London – forniscono una rassicurazione rispetto al fatto che, anche se il titolo anticorpale contro Sars-Cov-2 può abbassarsi in maniera significativa, al di sotto dei livelli di soglia, dopo pochi mesi dall’infezione, un certo grado di immunità contro il virus può essere mantenuta” ed è data dai linfociti T. Gli autori specificano che comunque ancora non si sa e non si può dire, sulla base di questi dati, se i partecipanti dello studio siano protetti da una seconda infezione. In ogni caso i risultati sono utili anche per comprendere meglio come agisce il sistema immunitario nei confronti del virus e per studi sulla durata della protezione dei vaccini, che attivano sia la risposta immunitaria umorale sia l’immunità cellulare. Gli studi, infatti, mostrano che i vaccini in corso di sviluppo indurrebbero sia una risposta anticorpale sia una risposta cellulare. E questo primo dato è sicuramente positivo.

Fonte: Wired.it

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