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Nuovi equilibri nelle case anziani: tra sicurezza e relazioni

In Ticino le strutture per la terza età sono ancora legate alle direttive dell’Ufficio del medico cantonale di fine maggio – La pressione per godere di maggiori libertà cresce sulla spinta di familiari e residenti ma i gestori predicano prudenza: «La ferita è ancora aperta»

Nelle case per anziani ticinesi è come se il tempo si fosse fermato a fine maggio. Da allora, queste strutture stanno vivendo sospese, in attesa di una decisione, di un allentamento. Perché mentre le persone, fuori, hanno potuto riacquistare gran parte delle loro libertà, riabbracciando una vita quasi normale, all’interno delle case tutto è rimasto immutato. Visite solo su appuntamento, pochi contatti con l’esterno, elevate e poco sopportate misure di protezione. Del resto la pandemia ci ha insegnato che sono proprio loro, gli anziani, a subire le maggiori conseguenze. E questi luoghi sono quindi estremamente sensibili: se il virus riesce a far breccia, l’esito può essere drammatico. Ce lo ricorda la cronaca recente, con la notizia del focolaio nel canton Friborgo, a Siviriez: 7 i residenti deceduti. Ecco perché, prima di allentare il freno, bisogna pensarci molto bene.

Eppure, in questi giorni sono in molti a chiedere a gran voce regole meno severe, più vicine ai bisogni dei nostri nonni. Per capire qual è la quotidianità delle case per anziani, abbiamo dunque contattato Fabio Maestrini, direttore degli Istituti sociali di Chiasso e responsabile dell’area sociosanitaria dell’Associazione dei direttori delle case per anziani (ADiCASI).

I due piatti della bilancia

«Le direttive che stiamo applicando sono ancora quelle del 29 maggio» spiega. «Per residenti, familiari e collaboratori, il periodo COVID ha rivoluzionato totalmente la vita all’interno delle case per anziani. Per anni abbiamo spinto verso un modello intergenerazionale di scambio con l’esterno, di socializzazione. Ma purtroppo questi importanti aspetti, dall’inizio della pandemia, sono venuti meno». La domanda, ora, è capire fino a quando queste rigide direttive potranno essere sopportate da residenti e familiari. Una decisione dell’Ufficio del medico cantonale è prevista a breve. «Tutto si gioca attorno al concetto di equilibrio» prosegue Maestrini. «Sui due piatti della bilancia bisogna mettere da una parte la sicurezza (individuale e collettiva), dall’altra la socializzazione. Le due cose possono coincidere, a patto però di essere pienamente coscienti che a ogni allenamento, a ogni momento in più di socializzazione, il rischio aumenta. Bisogna essere consapevoli che più le case anziani si aprono all’esterno, e più il potenziale pericolo cresce. Se l’Ufficio del medico cantonale andrà in questa direzione, sarà fondamentale lavorare sulla responsabilità dell’individuo. Mascherina, igiene delle mani, distanze. Il rispetto delle regole, insomma. L’esperienza mi insegna che buona parte dei residenti e dei familiari comprende e accetta queste regole».

Ci vuole cautela

Prepararsi a un eventuale allentamento non è facile, non è scontato. Il caso di Siviriez, infatti, ci dà la misura del pericolo. «Quando ho letto la notizia della casa per anziani di Friburgo il mio pensiero è subito tornato ai mesi peggiori della crisi sanitaria» racconta il direttore. «Spesso tendiamo a dimenticare in fretta le brutte esperienze del passato, ma queste notizie ci riportano brutalmente alla realtà. Il virus c’è ancora, e se non ci comportiamo in maniera adeguata il rischio è di tornare velocemente alla scorsa primavera». Equilibrio, quindi. Ma la spinta per una maggiore apertura delle case per anziani ticinesi cresce giorno dopo giorno. «Una parte dei familiari chiede più libertà, così come una parte dei residenti» aggiunge Maestrini. «Il punto di vista dei gestori, e qui parlo a titolo personale, è un po’ diverso, è più prudente. Mi piacerebbe tornare al periodo precedente la pandemia, sì, eppure la ferita provocata dalla crisi sanitaria è ancora aperta. La carica emotiva di chi lavora in queste strutture è grande, in primavera abbiamo vissuto un incubo».

L’assenza dei nipotini

Bisogna dunque continuare a proteggere le strutture per la terza età. Per il bene di tutti. Soprattutto degli anziani, divisi fra la paura e la voglia di tornare a una vita sociale normale. «I residenti chiedono spesso di poter tornare ad avere contatti liberi con i propri familiari» commenta Maestrini. «Senza vincoli, senza orari. Noto che ciò che manca maggiormente sono le relazioni con i nipoti, o il potersi recare a casa di un familiare per un pranzo nel fine settimana. La vita precedente la pandemia manca a tutti, ma ai nostri anziani in particolar modo».

fonte: Corriere del Ticino

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